Estratti da:
Franco D'Andrea -
Profumo di swing
(di Francesco Carta – Edizioni Siena Jazz)


Introduzione
Ci sono persone che nascono con il proprio destino già scritto, altre invece che devono inseguirlo per tutta la vita, con il rischio di non agguantarlo mai.
Esistenze illuminate da un raggio di luce, piccolo o grande che sia, che le guiderà sempre: le prenderà per mano ancora in tenera età, le aiuterà nella giovinezza, le sosterrà nell'età matura. Creature fortunate, "condannate" a un destino chiaro, forte, sicuro, senza indugi.
Altre esistenze perdute nel buio della notte, alla ricerca di qualcosa, sempre inquiete, mai contente, senza una meta, senza uno scopo.
O forse tutti hanno il "proprio destino", ma allora non è facile scoprirlo, capirlo e perseguirlo con tenacia e determinazione. Quanti Mozart ci saranno stati nella storia dell'uomo, quanti Leonardo, quanti Michelangelo che non sapevano di esserlo o, più che altro, che non hanno potuto esprimere le proprie capacità. Certo, il genio ha di solito una tale spinta e un tale desiderio d’emergere che difficilmente si riesce a soffocarlo, ma forse anche la genialità ha vari modi di uscire allo scoperto, di presentarsi e spesso ha bisogno di un terreno fertile, di una preparazione, di un’attenzione particolari. Quante persone hanno delle doti ma non sanno di averle perché nessuno ha insegnato loro a vederle e a credere in esse. Non è facile capire d’avere avuto un dono unico e, ancor più, è difficile credere in esso anche dopo averlo intravisto e percepito nel profondo dell'animo.
Esistenze fortunate, dotate di una "vocazione": la più grande delle fortune che un uomo possa immaginare d'avere.

Il destino, poi, si presenta nei modi più diversi e nelle forme più disparate: può regalare un "talento" alla persona giusta, ma può anche regalarlo a una persona che non sa cosa farsene, anche se conscia del regalo ricevuto. Oppure lo elargisce a qualcuno che non ha la possibilità di coltivarlo, o lo dà a un altro che ha tanti talenti e non sa quale scegliere. Sembra che ci sia uno strano gioco alle spalle, qualcuno che si diverte a rendere le cose complicate…: ma forse no, è solamente il caso della vita che ci offre la possibilità di guardare veramente in profondità dentro noi stessi e di vedere chi siamo, cosa abbiamo in noi, cosa vogliamo fare, dove vogliamo andare.
Il destino si diverte a combinare degli intrecci singolari, a volte bizzarri, a volte molto originali. Può capitare, ad esempio, che in Italia, nel bel mezzo delle Alpi, in Alto Adige, a Merano, cada da non si sa dove un piccolo seme con dentro un fortissimo concentrato di spirito nero-americano, una dose di razionalità, disciplina e rigore austro-tedeschi e una vena di sana follia italiana per generare una creatura dalla personalità unica e inconfondibile.

Il mondo musicale di Franco D’Andrea
E' importante ricordare che la preparazione musicale di Franco D’Andrea è avvenuta completamente senza l'aiuto d’alcun insegnante. Egli ha studiato la tromba, il sax soprano, il clarinetto, il contrabbasso e il pianoforte sempre in assoluta solitudine. Essere autodidatti implica avere un grande talento innato, ma significa allo stesso tempo non correre il rischio di venire influenzati dalle idee e dalle spinte di un insegnante, rimanendo così veramente immuni da qualsiasi informazione esterna alla propria sensibilità e alle proprie naturali inclinazioni. Nel caso di Franco la chiave della sua grande originalità va ricercata innanzitutto in questo aspetto: egli ha cercato e trovato da solo gli accordi al pianoforte, ha capito da solo come funziona l'armonia, ha trascritto a orecchio i temi dei brani, le improvvisazioni di validi jazzisti e, nel tempo, ha ordinato, codificato, studiato e assimilato tutti i parametri della musica. Solamente con una grande volontà, una grande tenacia, una grande capacità di analisi e, soprattutto, un grande talento si può riuscire in questa impresa. L'incredibile capacità di Franco di andare in fondo alle cose l'ha portato a diventare il musicista che conosciamo e, contemporaneamente, la sua maturazione artistica ha fatto lievitare il suo innato talento d’analizzatore e osservatore musicale. Ecco così che in lui non troviamo solamente un valido pianista, ma un artista completo che spazia dal pianoforte alla composizione, dallo studio della musica e dei musicisti alla stesura di saggi, dall'insegnamento all’elaborazione di nuovi trattati e metodi didattici.

La musica di Franco D'Andrea deriva da molteplici fattori e da influenze accumulate nel periodo giovanile di studio e negli anni della maturazione. A grandi linee si può asserire che siano tre gli elementi che stanno alla base del suo universo di suoni: lo swing, la musica seriale, la musica africana. Sono indubbiamente tre aspetti lontani tra loro, ma in Franco si sono miracolosamente fusi per formarne l'originale cifra stilistica. Tramite lo swing egli ha percorso tutta la storia del jazz, passando dal traditional al free; dal serialismo ha ereditato il modo di trattare la musica partendo dagli intervalli; dalla musica africana ha preso la concezione poliritmica. Ognuno di questi tre parametri rimanda poi ad altre considerazioni: lo swing si sviluppa in quell’intenso periodo d’evoluzione della musica afroamericana, intorno agli anni venti, che vede l’affermarsi dello stride piano, del blues classico e, in genere, del jazz tradizionale, tutte musiche che hanno avuto un grande peso nella musica di Franco; la musica seriale conduce anche alla musica dodecafonica, atonale o politonale dove l'armonia classica viene cancellata e vengono create nuove soluzioni e nuove sonorità; la musica africana porta alla grande libertà nel trattare il ritmo, dove gli strumenti sono liberi di muoversi, di creare forti tensioni e contrasti ritmici e inoltre invita a un uso coloristico ed effettistico degli strumenti musicali.
Tutte queste influenze sono maturate nell'arco di circa vent'anni, partendo dai tempi di Merano in cui nacque l'amore per il jazz tradizionale, passando per il periodo di Roma e al lavoro con il “Modern Art Trio” sulla musica seriale e arrivando agli anni di Milano con l'approfondimento della musica africana e l'esperienza diretta in Africa.
Quando Franco vive a Merano suona il jazz tradizionale e ascolta in modo particolare Sidney Bechet, Barney Bigard, Bix Beiderbecke, Louis Armstrong e il grande pianista Earl Hines. La cosa che lo attrae e lo fa letteralmente impazzire è lo swing che scaturisce dalla musica di questi favolosi musicisti: egli sente che non potrà mai rinunciare a questo particolare e unico modo di intendere il ritmo e di pronunciare una frase musicale. Tutta la sua produzione sarà sempre imbevuta di swing, anche nei momenti più astratti e vicini al free-jazz.


Conclusioni
Volendo riassumere e schematizzare le principali influenze di Franco e i pianisti che egli ha più ascoltato e amato, dobbiamo iniziare da quello che è, forse in assoluto, il più vicino alla sua sensibilità: Thelonious Monk. Un altro grande pianista che ha dato molto al nostro, anche in termini di suono pianistico, è senz'altro Herbie Hancock, soprattutto quello del famoso gruppo di Davis dei primi anni sessanta. In Hancock, poi, scopriamo l'influenza di altri pianisti, altrettanto amati da Franco, quali: Bud Powell, Bill Evans (il cui tocco è avvertibile nelle prime incisioni di Franco), il primo McCoy Tyner (soprattutto per il notevole uso delle quarte), Wynton Kelly. Mentre dietro a Monk scorgiamo lo spettro dei grandi pianisti degli anni venti e, in particolare, di James P. Johnson. Un altro mostro sacro che ha sicuramente influenzato l’arte di Franco è Lennie Tristano: possiamo notare la sua diretta influenza soprattutto nei lavori di piano solo, dove si può sentire l’eco di storiche incisioni tristaniane quali “Line up”, “Requiem”, “Turkish mambo”, “C minor complex” e molte altre.
In Franco confluiscono, quindi, molteplici aspetti: il pianismo degli anni venti e in particolar modo lo stride, poi Monk, Lennie Tristano, Bill Evans, McCoy Tyner, Wynton Kelly, Herbie Hancock, il free-jazz, Cecil Taylor, Charles Mingus, il serialismo, la musica africana. Questo strano insieme di cose eterogenee ha potuto fondersi grazie alla magia del jazz e alla sua capacità di far convivere sotto lo stesso tetto entità apparentemente molto lontane.
Nel jazz, Franco ha trovato una musica in grado di superare i limiti della musica europea e della musica africana, giungendo a un punto d'incontro e a una riuscita contaminazione tra di esse.
Il jazz è diventato la più importante musica del novecento: quella che meglio di altre è riuscita a superare i confini tra le razze e le culture e a progredire, migliorarsi e rinnovarsi nel corso del tempo.
Per Franco, il jazz rappresenta la proiezione della società ideale, dove all'interno di un'elastica struttura di regole viene salvato e valorizzato l'individuo.

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